LA SCENA PRESENTE – Performance finale

 

PERFORMANCE FINALE 

del Laboratorio

LA SCENA PRESENTE 

 

 

📌 Domenica 14 aprile | H 18,00

La Pelanda, Mattatoio (Teatro 1)

🚏Piazza Orazio Giustiniani, 4 – 00153 Roma 

 

 

a cura del Gruppo Teatrale nontantoprecisi 

un progetto di Passepartout Cooperativa Sociale Integrata arl

in collaborazione con il MATTATOIO di Roma

 

 

Costruzione scenica: Nino Pizza

Luci e audio: Giacomo Guerrini

Performers: Marta Reggio, Salvatore Gambilonghi, Vincenzo Giorgi, Carmela Lavorato, Leonardo Viola, Federica Formaggi, Giulia La Camiola, Alessio Dessy, Euplemio Macrì, Caterina Colaci, Caterina Bonelli, Marcello Fagiani, Domenico D’addabbo, Giacomo Guerrini

Osservazione ed espressione analitica: Marcello Fagiani

 

 

 

Qual è lo spazio della scena? Quale tempo svolge lo sviluppo dell’azione? Qual è il corpo che agisce dandosi a vedere?

Sono solo tre delle innumerevoli coordinate che delineano l’evento teatrale ma che possono consentirne una sintesi che dia conto dell’accadere scenico.

Quel che accade quando c’è scena, il movimento di questo accadere, il lavoro fisico dell’attore che lo incarna, orientano la nostra ricerca e sperimentazione in ambito teatrale.

Per quanto possa essere progettata e programmata, la scena non è in un piano di previsione che indica spazi geometrici, stabilisce durate e minuti, prescrive movimenti del corpo; non può essere fissata nella sequenza di atti, figure e immagini prestabilite. Al contrario, essa si manifesta nella cura e attenzione molecolare a tutto quanto il vivo lavoro propone. La sua natura effimera e transitoria non risiede nella ripetizione facile di azioni meccaniche e prescritte, non consente riproduzione di gesti, non attiene alla replica della rappresentazione.

La scena teatrale risponde alla lenta e capillare opera di trasformazione di tutto quello che l’abitudine alla vita ci sottrae, rischiando di farcelo perdere. È la concretezza degli elementi che ci costituiscono e nei quali siamo fermi: la loro forza evocatrice e rivoluzionaria che occorre richiamare rimettendoci in movimento e sottraendoci così alla luce accecante della quotidianità, che ci appare priva di luoghi, immutabile nel tempo che scorre, povera di suoni e parole inconsuete, arida di umori avvolgenti e fecondi.

Lavoriamo la scena agendo in primo luogo su noi stessi, sperimentando il rapporto con le cose, tenendo lo spazio e frequentando il tempo lontano dalla loro misura, lasciando a quel che accade la dimensione del corpo e del nostro agire.

Il movimento risulta dalla risposta collettiva del gruppo a indicazioni di lavoro elementari che propongono modalità di articolazione critica e autonoma degli elementi fisici della scena.  È una ricerca sulla natura dello spazio e del tempo, sull’esperienza corporea della presenza. Un laboratorio sulla partecipazione e la costruzione del sentimento comune, sulla relazione col mondo.

Frequentiamo questi elementi fisici nella comune ricerca di comunicazione, lasciando che il pensiero emerga dalla loro partitura. Si configura un dialogo di gruppo visuale dove anche la parola, lavorata nella sua matrice corporea, è artefice di una spazialità e temporalità collettiva.

Il lavoro, condotto direttamente in scena, trova il suo sviluppo componendo ragioni, necessità e scelte del gruppo. Il caso non è presente nella sua dimensione di gratuità; la gestualità non è mai arbitraria ma si dà sempre come apertura del gruppo sull’opportunità di articolare una risposta differente alla sollecitazione ricevuta.

L’azione che cerchiamo è quella che muove all’uso della vita, dove lo spazio, il tempo, il corpo non sono ancora dati e un attimo dopo sono già diversi da quanto siano mai stati prima e il passaggio, il movimento e quel che siamo è stato lì sotto gli occhi di tutti.

 

 

Biografia 

Nel 2006, all’interno dell’Ex Manicomio di Roma “S. Maria della Pietà”, un gruppo di uomini e donne ha iniziato un lavoro di ricerca teatrale. Molti di loro, oggi s-fatti in scena e orbati di nome, venivano chiamati pazienti. Siamo partiti da uno studio sullo spazio. Spesso non era il palcoscenico ma un vicolo, una piazza, un muro, il paesaggio. Lavoriamo in teatro per dare corpo alle visioni che abbiamo raccolto durante la nostra ricerca. Abbiamo costruito il gesto rintracciando gradualmente il suo sviluppo dalla radice che lo origina all’atto che lo esprime, dalla motivazione che richiede all’emozione che suscita. Abbiamo cercato la parola fra i dialoghi fisici che si dispiegavano sulla scena. Il nostro essere teatro è per noi vivere l’arte nella sua rivoluzionaria concretezza: quella dei nostri corpi, che danno allo spazio e al tempo le dimensioni della vita. Cerchiamo un’altra lingua, quella che nasca tra la carne, il rischio e la necessità delle nostre scelte in scena. 

 

 

Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili

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